Gabriele D'Annunzio, architetto 'imaginifico'
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"Il Vittoriale degli Italiani"
Da tutta l’opera di Gabriele d’Annunzio, sia da quella dell’imaginifico Poeta che da quella dell’incessante allestitore di personalissime dimore, traspare inequivocabilmente un particolare interessamento agli aspetti dell’architettura. Questo interessamento, questa felice frequentazione con le immagini e le immaginazioni architettoniche, questo costante e fecondo feeling, è ampiamente rilevabile nelle considerazioni, contrassegnate da accentuazioni di estetismo, che d’Annunzio ha dedicato alle architetture antiche e moderne; è percepibile nelle didascalie relative agli apparati scenici dei suoi testi teatrali, negli interventi a salvaguardia di ambienti urbani minacciati dalle avanzanti aggressioni ai patrimoni storici e artistici; è altresì riscontrabile - a proposito «della Edilità» - in un documento di impronta specificamente politica come la ‘Carta del Carnaro’.
Per verificare con quale e quanta sensibilità e originalità d’Annunzio abbia saputo guardare, capire e raccontare l’architettura, credo sia sufficiente far riferimento - ad esempio - alle sensazioni simboliche suscitate dalla visione della cattedrale di Reims «nata da un’aspirazione verso l’altezza, nata da una imitazione angelica, da un bisogno di volo e di coro», ovverosia «un desiderio arrestato nel punto di superarsi», «una mole radicata che invidiava la nuvola sorvolante».
Molte delle notazioni e dei proponimenti che costituiscono la concezione dannunziana dell’architettura si inveravano infine nella ‘Santa fabbrica’ del Vittoriale: una reggia-testamento costruita con «pietre vive», un luogo intriso di Eros (e non di Thanatos), una dimora che giganteggia per significati nei confronti di anonime, banali, grigie abitazioni dei tanti letterati e intellettuali pantofolai, di ieri e di oggi, arredate con gusti dozzinali.
Credo si possa concordamente convenire che passione ed emozione sono stati i determinanti impulsi mediante i quali d’Annunzio ha descritto, pensato per immagini, ‘progettato’ e valorizzato l’architettura, e pertanto non sembra azzardato conferirgli anche il titolo di ‘architetto’. Sono ancora oggi, questi impulsi, i fondamentali incitamenti alla necessità e al piacere di creare ed esaltare il bello, di circondarsi di cose belle, di godere della bellezza affidata anche alle forme architettoniche: tutte salutari terapie per rigenerare l’energia dello spirito, per elevarsi dallo squallore della mediocrità, per migliorare il sentimento del vivere.
In un mondo che pare aver assunto i banali e omologati connotati del ‘villaggio globale’, nell’odierna desolante realtà delle nostre città cresciute con la regola del solo profitto, nella ormai generalizzata diseducazione alle seduzioni dell’estetica, nella colpevole insipienza di tante architetture attuali, nella circostanza in cui una consumistica società preferisce eccitarsi con atti di violenza e vandalismo, credo sia opportuno, per riacquistare la fiducia nei valori, rileggere e far proprio il messaggio dannunziano del ‘bisogno’ dell’ideale della Bellezza, quale antidoto alla dilagante materialità del ‘progresso’ ipertecnologico, quale distintiva ‘risposta’ di cultura e provocatorio imperativo di alternativa etica.

Carlo Cresti
(dalla premessa del volume)

Sommario

Presentazione di Annamaria Andreoli
Premessa
L'architettura descritta
L'architettura immaginata
La salvaguardia dell'architettura e del paesaggio
Le dimore del poeta