
2008, 82 p., illustrato, 20x20,
ISBN 978 88 88461 64 9
Prezzo: Euro 20,00
Collana Architettura e Arte
1/2-2008
Carlo Cresti
Lorenzo Viani e l’architettura
Non sono in gran numero coloro che, interessandosi all’opera letteraria o a quella pittorica di Lorenzo Viani, hanno inteso riconoscere o disconoscere le eventuali correlazioni, interferenze, parallelismi o addirittura le identità concettuali e di finalità tra queste due forme di espressioni vianesche.
Nel 1938 Gustavo Nerini scriveva in proposito: «nei suoi libri ricchi di succhi vitali, ritroviamo molti tipi dei suoi quadri, posti quasi in una stessa luce ma forse con una vivezza meno dolorosa […]. Certi suoi libri li ha scritti come dipingeva e sono forse i più vivi. Il sintetista raggiunge effetti che sono meravigliosi».
Luigi Bartolini, nel 1952, consigliava: «leggete i suoi libri per capire la sua pittura».
Carlo Ludovico Ragghianti, nel 1955, affermava: «La sua maturità coincide con la sua espansione prevalentemente letteraria, della quale qui non dobbiamo giudicare (benché essenziale per comprenderlo), ma di cui dobbiamo pur sottolineare alcuni aspetti: la riscoperta di una terra natale[…], in cui si chiude affettivamente, l’empito di una semplicità umana e di una primeva saggezza e contemplazione che appaiono della stessa grandezza del paesaggio terrestre e marino; un mito nuovo che chiede anche la ricerca di nuove quanto antiche parole, parole inconsuete o desuete, forme del discorso che immediatamente possano rendere presente la rarità, l’appartamento di quel mondo. Che su questa via si sconfinasse in una letteratura, che la spontaneità dell’immagine venisse sopraffatta da una tal quale sovrabbondanza culturale della parola così estratta e gustata, che questa particolare cultura del verbo sopraffacesse la comunicazione schietta e viva, è pur vero, restando l’originalità e il pregio di quegli scritti del Viani. Ma questo ci serve per annotare che, nel mentre si formava e si svolgeva questo processo di assestamento o di più vera consistenza della sua personalità, qualcosa di simile avveniva anche nella sua opera pittorica e grafica».
Emilio Cecchi, nel 1969, più lapidariamente dichiarava: «Scriva o dipinga, il suo stile è uno solo, con tutti i suoi difetti e i suoi pregi».
Alessandro Parronchi, nel 1976, osservava che «nel confronto fra il pittore, il disegnatore, e lo scrittore, si può esser colpiti da un contrasto, tuttavia più apparente che sostanziale. Ci si può chiedere: come mai uno scrittore esuberante come Viani, che pecca di una vera e propria incontinenza verbale, nella pittura e nel disegno appare così asciutto e portato all’essenziale? Come dicevo il contrasto è solo apparente, perché quella che nella scelta dei vocaboli sembra esuberanza e variopinta incontinenza, è in realtà uno sbocco di quella violenza di temperamento, che porta il Viani giovanile dei dipinti e disegni verso un deformismo accentuato».
Stando al parere di Ida Cardellini Signorini, del 1978, «al pittore si affianca apertamente lo scrittore, un’attività fin qui [1919-1923] di sottofondo, vagheggiata fin dal 1906, con articoli, appunti, diari, poesie; e all’uomo d’azione, subentra il letterato, pronto alla battuta e a far sfoggio di cultura, anche a scendere a compromessi con la sua passata ansia proletaria; un Viani insospettato, quasi brillante. Raffinato com’è nei quadri parigini, dipinti contemporaneamente alla stesura di Parigi (1925): una prosa eccessiva e congestionata e una pittura, al contrario, distesa e rarefatta».
Ancora Ragghianti, nel 1982, tornava sull’argomento sentenziando: «Viani fu instancabile e ininterrotto come pittore e grafico, ed egualmente come scrittore. Il suo caso è […] singolare e pungolante, perché nessuna delle due attività è subordinata all’altra, anzi esse si compiono con un’autonomia perfetta ed esauriente: la scrittura è creativa e non è illustrazione verbale della pittura, la pittura è creativa e non è visualizzazione della scrittura, o immagine. Al limite, la personalità di Viani è piena nelle due forme, anche se indubbiamente tra l’una e l’altra vi sono relazioni o interferenze. Ma il bilinguismo costitutivo non corre come due linee parallele, un registro attento e sensibile avverte cicli discontinui e traiettorie non coincidenti, e nella costante dei due impegni quando prevale la letteratura, come dopo il 1922 e fino al 1935, a me non par dubbio che la pittura si ritrae in una stasi o continuazione non più inventiva, salvo gli episodi di trauma fantastatico, sentimentale e sensibile come quelli impreveduti e sconvolgenti delle cliniche, per cui la lingua visiva insorge con nuove potenze e scansioni. È dunque un grande problema la lettura sinfonica delle due esperienze simultanee, ed esige una pari capacità analitica e comprensiva che non è frequente, sia per determinare gli eventuali intrecci e le complementarità, sia per segnare le separazioni e le diversioni»7.
Lorenzo Viani e l’architettura
Non sono in gran numero coloro che, interessandosi all’opera letteraria o a quella pittorica di Lorenzo Viani, hanno inteso riconoscere o disconoscere le eventuali correlazioni, interferenze, parallelismi o addirittura le identità concettuali e di finalità tra queste due forme di espressioni vianesche.
Nel 1938 Gustavo Nerini scriveva in proposito: «nei suoi libri ricchi di succhi vitali, ritroviamo molti tipi dei suoi quadri, posti quasi in una stessa luce ma forse con una vivezza meno dolorosa […]. Certi suoi libri li ha scritti come dipingeva e sono forse i più vivi. Il sintetista raggiunge effetti che sono meravigliosi».
Luigi Bartolini, nel 1952, consigliava: «leggete i suoi libri per capire la sua pittura».
Carlo Ludovico Ragghianti, nel 1955, affermava: «La sua maturità coincide con la sua espansione prevalentemente letteraria, della quale qui non dobbiamo giudicare (benché essenziale per comprenderlo), ma di cui dobbiamo pur sottolineare alcuni aspetti: la riscoperta di una terra natale[…], in cui si chiude affettivamente, l’empito di una semplicità umana e di una primeva saggezza e contemplazione che appaiono della stessa grandezza del paesaggio terrestre e marino; un mito nuovo che chiede anche la ricerca di nuove quanto antiche parole, parole inconsuete o desuete, forme del discorso che immediatamente possano rendere presente la rarità, l’appartamento di quel mondo. Che su questa via si sconfinasse in una letteratura, che la spontaneità dell’immagine venisse sopraffatta da una tal quale sovrabbondanza culturale della parola così estratta e gustata, che questa particolare cultura del verbo sopraffacesse la comunicazione schietta e viva, è pur vero, restando l’originalità e il pregio di quegli scritti del Viani. Ma questo ci serve per annotare che, nel mentre si formava e si svolgeva questo processo di assestamento o di più vera consistenza della sua personalità, qualcosa di simile avveniva anche nella sua opera pittorica e grafica».
Emilio Cecchi, nel 1969, più lapidariamente dichiarava: «Scriva o dipinga, il suo stile è uno solo, con tutti i suoi difetti e i suoi pregi».
Alessandro Parronchi, nel 1976, osservava che «nel confronto fra il pittore, il disegnatore, e lo scrittore, si può esser colpiti da un contrasto, tuttavia più apparente che sostanziale. Ci si può chiedere: come mai uno scrittore esuberante come Viani, che pecca di una vera e propria incontinenza verbale, nella pittura e nel disegno appare così asciutto e portato all’essenziale? Come dicevo il contrasto è solo apparente, perché quella che nella scelta dei vocaboli sembra esuberanza e variopinta incontinenza, è in realtà uno sbocco di quella violenza di temperamento, che porta il Viani giovanile dei dipinti e disegni verso un deformismo accentuato».
Stando al parere di Ida Cardellini Signorini, del 1978, «al pittore si affianca apertamente lo scrittore, un’attività fin qui [1919-1923] di sottofondo, vagheggiata fin dal 1906, con articoli, appunti, diari, poesie; e all’uomo d’azione, subentra il letterato, pronto alla battuta e a far sfoggio di cultura, anche a scendere a compromessi con la sua passata ansia proletaria; un Viani insospettato, quasi brillante. Raffinato com’è nei quadri parigini, dipinti contemporaneamente alla stesura di Parigi (1925): una prosa eccessiva e congestionata e una pittura, al contrario, distesa e rarefatta».
Ancora Ragghianti, nel 1982, tornava sull’argomento sentenziando: «Viani fu instancabile e ininterrotto come pittore e grafico, ed egualmente come scrittore. Il suo caso è […] singolare e pungolante, perché nessuna delle due attività è subordinata all’altra, anzi esse si compiono con un’autonomia perfetta ed esauriente: la scrittura è creativa e non è illustrazione verbale della pittura, la pittura è creativa e non è visualizzazione della scrittura, o immagine. Al limite, la personalità di Viani è piena nelle due forme, anche se indubbiamente tra l’una e l’altra vi sono relazioni o interferenze. Ma il bilinguismo costitutivo non corre come due linee parallele, un registro attento e sensibile avverte cicli discontinui e traiettorie non coincidenti, e nella costante dei due impegni quando prevale la letteratura, come dopo il 1922 e fino al 1935, a me non par dubbio che la pittura si ritrae in una stasi o continuazione non più inventiva, salvo gli episodi di trauma fantastatico, sentimentale e sensibile come quelli impreveduti e sconvolgenti delle cliniche, per cui la lingua visiva insorge con nuove potenze e scansioni. È dunque un grande problema la lettura sinfonica delle due esperienze simultanee, ed esige una pari capacità analitica e comprensiva che non è frequente, sia per determinare gli eventuali intrecci e le complementarità, sia per segnare le separazioni e le diversioni»7.